Il dibattito sulla "verità storica" di Galatina è necessario, ma rischia di rimanere in superficie se non mettiamo in discussione lo strumento stesso: il documento.
Siamo abituati a pensare alla storia come a una sequenza di fatti certi, ma dovremmo guardarla con occhio più critico: la storia è spesso la narrazione scritta dai vincitori e dalle élite dominanti.
Se oggi, nell'era dell'informazione globale, la censura e la manipolazione sono all'ordine del giorno, come possiamo fidarci ciecamente di cronache redatte secoli fa sotto il controllo totale di poteri feudali ed ecclesiastici?
Ristabilire la verità non significa solo correggere un'etimologia o una data, ma riconoscere che:
Il silenzio degli archivi: Spesso ciò che manca (le voci del dissenso, dei vinti, dei "cancellati") è più importante di ciò che è scritto.
La distorsione come metodo: Molte tradizioni considerate "identitarie" sono state costruite a tavolino per giustificare gerarchie di potere o ambizioni politiche del momento.
Il dubbio come dovere: Se la scienza si evolve correggendo i propri errori, la storia deve avere il coraggio di fare lo stesso, smettendo di essere un "falso concordato".
Il mio augurio, nel sollevare queste riflessioni, è che i miei concittadini possano coltivare una visione così saggia e illuminata da non farsi più turlupinare.
Solo un pensiero critico, capace di dubitare delle narrazioni preconfezionate, può renderci davvero liberi di costruire un futuro che non sia la ripetizione di inganni passati.
Prima di celebrare una "verità ritrovata", chiediamoci sempre: quale narrazione stiamo servendo?
Nella foto: stemma di Galatina sulla Porta Nuova (o San Pietro)
La "verità storica" su Galatina. "Quale narrazione stiamo servendo?"
Dante De Ronzi interviene sul dibattito in corso