"Staffetta Donne Coraggio", al Polo 1 di Galatina un incontro coinvolgente "ma si può e si deve fare di più"

"Gli stereotipi di genere fanno male a tutti: tolgono libertà alle bambine e mettono maschere ai bambini". La testimonianza di Maria Cristina Rizzo

Gentile Direttore, l’Istituto Comprensivo Polo 1 di Galatina l’8 gennaio 2026 ha presentato Staffetta Donne Coraggio, una mostra itinerante dedicata a raccontare le vite di donne straordinarie, simboli di determinazione e resilienza.
L’inaugurazione ha visto partecipazione attiva degli alunni delle classi quinte di primaria e prime di secondaria di primo grado. L’evento, organizzato in collaborazione con la scuola capofila della rete “Il Veliero Parlante”, coordinata dalla dirigente scolastica Ornella Castellano dell’Istituto Comprensivo “Giovanni Falcone” di Copertino, ha visto gli interventi di figure istituzionali e culturali di rilievo, tra cui la procuratrice Maria Cristina Rizzo, illustre concittadina, e altri rappresentanti del Comune e delle Commissioni per le Pari Opportunità.
Staffetta Donne Coraggio non è stato soltanto un momento di celebrazione, ma un’occasione per riflettere sull’importanza della parità di genere e sulla necessità di trasmettere ai più giovani valori di uguaglianza, rispetto e inclusione. L’intenso racconto della procuratrice Rizzo ha colpito per la forza della storia personale e professionale, un discorso che resta impresso per la chiarezza del messaggio e per l’emozione che riesce a trasmettere. La testimonianza condivisa ha restituito, se pur in poco tempo, un percorso di vita caratterizzato dalla capacità di affrontare ostacoli strutturali, stereotipi persistenti e, in molti casi, discriminazioni ancora normalizzate.
Un racconto personale che non si limita a evocare il “coraggio” come qualità individuale, bensì come una risposta necessaria a contesti che continuano a richiedere alle donne uno sforzo aggiuntivo per essere riconosciute, ascoltate, legittimate.
Proprio in questo risiede uno dei punti di forza dell’incontro: aver evitato la narrazione eroica isolata, per mettere in luce le dinamiche sistemiche che rendono il coraggio una competenza quasi obbligata.
Le storie di cento donne straordinarie non sono solo il racconto di successi, ma anche di rinunce, di compromessi forzati, di spazi negati o conquistati con fatica. E nel farlo hanno restituito un’immagine realistica, complessa e profondamente umana dell’esperienza femminile.
È emersa con chiarezza l’idea che la parità non sia una concessione, né un obiettivo già raggiunto, ma un processo che richiede consapevolezza, responsabilità collettiva e continuità di impegno.
Alcuni messaggi emersi durante l’incontro, tuttavia, non hanno colto pienamente nel segno. Ad esempio, proprio il richiamo alle cento biografie di donne “eccezionali” della storia dell’umanità rischia di essere utilizzato in modo problematico quando viene posto in relazione al tema della lotta alla violenza di genere e al preoccupante fenomeno dei femminicidi. Questo proprio perché si tratta di eccezioni.
Il messaggio implicito che può emergere è che le donne non debbano essere oggetto di violenza, né tantomeno uccise, perché scienziate, ricercatrici, scrittrici, astronaute o inventrici, e non semplicemente perché esseri umani titolari di diritti inviolabili.
Questo approccio introduce un rischio concettuale rilevante: quello di suggerire, anche involontariamente, che per respingere la violenza di genere sia necessaria una motivazione ulteriore, un merito, un’eccezionalità. È una logica che, pur con intenti opposti, si avvicina a una forma di patriarcato inconsapevole, quello che porta a giustificare l’indignazione con frasi come “poteva essere mia figlia, mia madre, mia sorella, mia moglie”. In questi casi, il valore della donna continua a essere definito in relazione a qualcun altro, e non riconosciuto come intrinseco e autonomo.
Parlare di parità di genere e di contrasto alla violenza significa invece ribadire un principio fondamentale: nessuna donna deve essere oggetto di violenza non perché eccezionale, utile, madre o vicina a qualcuno, ma perché persona. Fine a sé stessa, non in funzione di un ruolo, di un legame o di un riconoscimento esterno.
Il momento più intenso è stato la testimonianza della procuratrice Rizzo, che ha condiviso, con grande umanità, il dolore di essersi trovata a dover sacrificare la vita familiare in nome di un bene comune, esercitando una professione di altissima responsabilità, in un’epoca in cui ruoli di questo tipo erano quasi esclusivamente appannaggio degli uomini. Tuttavia, proprio questa confessione solleva una domanda che meriterebbe di essere posta con maggiore forza: quante volte abbiamo ascoltato uomini di potere, grandi scienziati o professionisti affermati esprimere pubblicamente lo stesso rammarico per aver trascurato moglie e figli a causa della propria carriera? La risposta, probabilmente, è raramente.
Forse la riflessione più significativa da trarre è proprio questa: il peso persistente di una struttura sociale patriarcale continua a gravare sulle donne, anche su quelle più competenti, autorevoli e realizzate, inducendole a interiorizzare un senso di colpa per aver “trascurato il nido familiare”. Un sentimento che non nasce da una scelta individuale, ma da un modello culturale che assegna ancora alle donne la responsabilità primaria della cura, rendendo la loro affermazione professionale non solo una conquista, ma anche una fonte di conflitto interiore. Un ulteriore elemento di valore nel dibattito è stato l’intervento della procuratrice, che ha saputo ribaltare una richiesta rivolta, forse in modo quasi automatico, alle madri presenti: quella di farsi carico, ancora una volta, della responsabilità di sovvertire gli stereotipi di genere. Invece di rinforzare questa aspettativa, ha scelto consapevolmente di spostare il fuoco del discorso, chiamando in causa i padri e, più in generale, gli uomini “addormentati” di fronte a queste problematiche. Uomini che troppo spesso si risvegliano solo quando la violenza o la discriminazione diventano improvvisamente personali, quando riguardano “mia figlia, mia moglie, mia madre”. Un meccanismo che, pur partendo da una reazione emotiva comprensibile, continua a collocare il valore delle donne, come già detto, in una dimensione relazionale e privata, anziché riconoscerlo come principio universale e pubblico.
Richiamare gli uomini a una responsabilità diretta e collettiva significa invece affermare che il contrasto alla violenza di genere e agli stereotipi non può essere demandato alle sole donne, ma è una responsabilità che riguarda l’intera società e che richiede un cambiamento culturale profondo, quotidiano, domestico, a partire proprio da chi, per posizione, ruolo o semplice appartenenza di genere, ha storicamente beneficiato di un sistema di potere sbilanciato.
Infine, una piccola ma significativa critica va rivolta a chi non è riuscito a trovare parole semplici per rispondere a una domanda altrettanto semplice: come si possono aiutare bambini e bambine a crescere senza pregiudizi di genere? Eppure, le risposte possibili sono molte, chiare ed efficaci.
La prima, forse la più fondamentale, è affermare con decisione che non esistono cose “da maschi” e cose “da femmine”, mestieri “da maschi” e mestieri “da femmine”, colori, giochi o aspirazioni rigidamente assegnati in base al genere. Educare alla parità significa anche andare consapevolmente contro aspettative sociali ancora profondamente radicate, che continuano a limitare le possibilità di espressione, di scelta e di futuro delle persone fin dall’infanzia. Situazioni normalizzate tra i banchi di scuola dove grandi passi sono stati fatti, pensiamo alle divise tutte uguali per bambine e bambini, al posto degli odiati grembiulini rosa e azzurri, ma su cui ancora bisogna lavorare.
Significa offrire ai più giovani uno spazio libero in cui sperimentarsi senza etichette, senza giudizi preventivi e senza modelli imposti, contribuendo così a costruire una società più equa, consapevole e realmente inclusiva.
Gli stereotipi di genere fanno male a tutti: tolgono libertà alle bambine e mettono maschere ai bambini.
È stato senza dubbio un incontro coinvolgente, ma si può e si deve fare di più per favorire una reale comprensione da parte dei bambini, evitando contraddizioni e privilegiando la chiarezza, affinché gli eventi pensati per loro siano davvero costruiti a misura di chi li ascolta. Rendere i contenuti accessibili, utilizzare un linguaggio semplice e partire dalle loro domande ed esperienze è fondamentale, perché tali domande non diventino soltanto un pretesto per rivolgersi a un pubblico adulto. Solo così questi momenti possono trasformarsi da semplici occasioni di ascolto in strumenti autentici di crescita e consapevolezza.
Polo 1