La "G" di mia madre

Era troppo complicata, non ce la facevo proprio. Quella 'g' maiuscola con la gamba che girava al contrario e poi saliva e si infiocchettava all'inizio stesso della gamba, troppo difficile, non ce l'avrei fatta mai.
Per un intero pomeriggio provai e riprovai, consumai pagine intere di un quaderno a righe. Rinunciai anche ad uscire ma miglioramenti non vedevo. Quando finalmente pensavo di aver capito, notavo, nella disperazione assoluta, che il 'falso' era troppo evidente e ricominciavo le prove. Erano tutte prove, prima di riportare quella 'g' su un libretto originale. Il resto era tutto molto semplice, la 'g' era il mio tormento. Non ce l'avrei fatta e sarei stato scoperto con tutte le conseguenze.
Fu uno dei pomeriggi più lunghi e impegnativi che mi siano capitati nella vita ma quella volta ne valse la pena. Alla fine il mio impegno fu premiato, fu una delle pochissime volte che mi diede un risultato. Quella 'g' che non mi usciva mai bene era la prima lettera del cognome di mia madre. Non c'era più tempo, dovevo tentare e fare quella 'g' in bella copia. Così firmai sul libretto delle assenze col cognome e due dei quattro nomi che aveva mia madre.
Perfetta, quella 'g' uscì perfetta, uguale all'originale, nessuno se ne sarebbe accorto ed io avrei giustificato l'assenza. Chiusi il libretto delle assenze e lo misi nella cartella senza farlo stropicciare.
L'indomani mattina, alle otto e trenta, ero dietro la porta della stanza del Preside a cui avevamo dato un soprannome simile a un tipo di pesce da cuocere preferibilmente in umido. Andavo a portare la giustifica all'assenza del giorno prima. Bussai una sola volta e quando mi disse: avanti! entrai e salutai con un buongiorno che non lasciò trasparire alcuna paura, alcuna emozione e forse anche a questo fu dovuto il successo che da lì a breve sarebbe arrivato.
Ero in piedi davanti a lui quasi sull'attenti e col cuore che andava a mille. E lui guardava attentamente la firma di mia madre che però avevo fatto io, da dietro quegli occhiali scuri e spessi. Poi quando sembrava aver finito di guardare, riguardò tutto nuovamente quasi in controluce, poi si arrese, la firma era originale almeno quella fu la sua impressione.
“Va be!! ...va be!! “ vai in classe mi fece. Ed io: buongiorno Signor Preside.
Quella mattina di primavera invece di andare a scuola eravamo andati sulla ferrovia, avevamo camminato lungo i binari per circa un chilometro, seduti nelle sale d'aspetto vuote di qualche stazione, assaggiato qualche frutto di stagione che raccoglievamo qua e là lungo i bordi delle campagne, mi ricordo la dolcezza delle arance e del loro succo scolato sulla mia maglietta. Avevamo passato una giornata immersi nella natura, avevamo staccato, avevamo giocato, avevamo scherzato.
Era una delle prime volte ma vi posso assicurare che non fu l'ultima. Poi puntuali come il suono della campanella, c' eravamo mischiati a chi usciva da scuola, come se anche noi fossimo appena usciti e da lì diretti a piedi verso casa. La mia era distante più di un chilometro ma quel chilometro era affollato da chi come me faceva la stessa strada. Sognavamo meravigliose avventure, sognavamo una vita spericolata, sognavamo l'America. Sognavamo ad occhi aperti, non vedevamo l'ora di diventare “grandi”.
Poi un giorno “grandi” siamo diventati davvero, ma non è stato bello come lo avevamo immaginato e a pensarci bene gli anni passati in attesa di diventare “grandi” sono stati gli anni più divertenti, gli anni più belli, gli anni migliori. Solo che allora non lo sapevamo.