"Insegnare l'italiano agli immigrati adulti, non separare i bambini"

Andrea Coccioli, insegnante in una scuola media pubblica e consigliere comunale a Corigliano d'Otranto scrive ai parlamentari di maggioranza salentini

Egregi Parlamentari, mi rivolgo a voi, eletti nella maggioranza di governo e rappresentanti del nostro territorio, perché oggi siete voi a poter incidere di più. Potete consigliare al Governo e alla Presidente del Consiglio di correggere un provvedimento che ritengo sbagliato.
Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre 2026 introduce, a partire dall'anno scolastico 2027/2028, un tetto del 30% nelle classi prime della scuola primaria. Il limite vale per gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell'infanzia.
Quando le iscrizioni superano la soglia, gli Uffici scolastici dovranno distribuire questi bambini tra gli istituti vicini. La motivazione è che una loro concentrazione in una stessa classe peserebbe sull'integrazione e sulla qualità della didattica.
Vi scrivo da insegnante della scuola pubblica, ma anche da padre. Per esperienza diretta ho visto ogni giorno quanto in fretta una lingua nuova diventi casa, quando intorno ci sono persone che ti accolgono. Per questo vi dico, con la doppia esperienza della cattedra e della famiglia, che quell'impatto negativo non corrisponde alla realtà.
I bambini di sei anni sono estremamente ricettivi e imparano l'italiano rapidamente, proprio perché stanno insieme agli altri. Quando un bambino resta indietro, il motivo quasi sempre è che in famiglia l'italiano non si parla affatto.
Il nodo vero, quindi, non riguarda i bambini, ma gli adulti.
C'è poi un problema pratico. Il decreto chiede di rispettare il principio di prossimità e di tenere conto del domicilio e delle esigenze familiari. È una cautela giusta, ma sulla carta. Le famiglie immigrate spesso non hanno facilità di movimento, che si tratti del Sud o del Nord, di un piccolo comune o di una grande città. Molte non dispongono di un'automobile, hanno orari di lavoro gravosi e dipendono da trasporti pubblici non sempre adeguati. Per questo scelgono la scuola sotto casa. Se quella scuola non potrà accogliere il loro bambino in prima, il figlio dovrà raggiungere un altro istituto magari a qualche chilometro di distanza. E spesso i fratelli finiranno in scuole diverse.
Una distanza che per un ufficio appare "vicina" può diventare, per queste famiglie, un ostacolo quotidiano, con il rischio concreto di ritardi, assenze e, nei casi peggiori, abbandono scolastico. Tutto questo proprio al primo anno, quando il rapporto tra la famiglia e la scuola si costruisce.
Il decreto riconosce che il problema sono anche i genitori, ma la risposta che dà è una segnalazione ai servizi sociali quando le loro difficoltà linguistiche ostacolano l'integrazione del figlio.
Segnalare non basta: bisogna insegnare. La risposta giusta, a mio avviso, è un'altra: • potenziare i docenti di italiano come lingua seconda nelle scuole; • rafforzare i corsi di italiano per gli adulti stranieri, a partire dai genitori; • rendere obbligatorio, per chi vive stabilmente in Italia, il raggiungimento di un livello di conoscenza della lingua almeno intermedio. Perché queste misure funzionino serve un impegno concreto e costante.
 L'insegnamento dell'italiano agli stranieri deve essere considerato una priorità del Paese, non un adempimento formale. Occorrono corsi strutturati, docenti qualificati, percorsi seguiti nel tempo e verifiche affidabili. Il livello di conoscenza della lingua raggiunto deve essere effettivo, non soltanto certificato sulla carta. È su questa serietà che si misura la credibilità di qualunque politica di integrazione. Su questo sono d'accordo con chi chiede rigore.
Uno straniero che vive nel nostro Paese deve imparare l'italiano e deve rispettare la Costituzione e le leggi italiane. Questo è ciò che conta davvero. Tutto il resto è propaganda. Ma indirizzare un bambino verso un'altra scuola, lontano dai compagni del suo quartiere, non integra nessuno.
La scuola pubblica non può fare distinzioni tra bambini: che siano la maggioranza o la minoranza, non fa alcuna differenza. Devono stare insieme, perché è stando insieme che si diventa comunità. Lo vedo in aula e lo vedo a casa mia. Provvedimenti di questo tipo rischiano inoltre di essere percepiti come xenofobi o discriminatori, anche al di là delle intenzioni di chi li ha scritti. È un rischio che il Governo non dovrebbe correre, e che il nostro territorio, da sempre terra di accoglienza, non merita di vedersi attribuito.
La storia va in un'altra direzione. Ogni nazione sarà sempre più plurale dal punto di vista culturale, e l'Italia non farà eccezione. La vera sfida è governare questo cambiamento con la lingua, l'istruzione e il rispetto delle regole, non con la separazione.
Il decreto deve essere convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni. Vi chiedo di usare questo passaggio per modificarlo: investite seriamente sull'insegnamento dell'italiano, pretendete dagli adulti una conoscenza reale della lingua, e lasciate che i bambini possano iscriversi nella scuola del loro quartiere, insieme ai loro compagni. Con rispetto,

Ing. Andrea Coccioli
Docente di scuola pubblica
Consigliere comunale a Corigliano d'Otranto