«Mi costringo a non dimenticare mai che ogni singola persona che incontro appartiene alla razza umana» (Han Kang, Atti umani).
Venticinque minuti di applausi e Premio Speciale della Giuria. Così è stato accolto al termine della proiezione il documentario Naza, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, registi israeliani già autori di No Other Land.
Da appassionato di cinema e osservatore più o meno attento della realtà, quell'epilogo caloroso alla presentazione al Festival di Venezia è bastato a spingermi alla visione dell'opera dei due registi.
Ho amato molto un altro film del 2025, La voce di Hind Rajab: chi l'ha visto sa di cosa scrivo e assolutamente non è casuale l'accostamento.
Ma c'è dell'altro. La questione è la seguente: di cosa parliamo quando parliamo della reazione di Israele su Gaza, in risposta all'attacco del 7 ottobre 2023?
Il documentario, frutto di un'inchiesta dei due autori pubblicata, a partire dal 2023, sul quotidiano inglese The Guardian, raccoglie le testimonianze di componenti dell'apparato dell'IDF impegnati nell'operazione militare di Israele nella Striscia.
Il film — in cui ventiquattro tra agenti ed ex quadri dell'intelligence, con i volti oscurati, raccontano per accumulo i meccanismi militari che portano alla scelta e alla distruzione degli obiettivi a Gaza — diviene una riflessione molto politica, potente e dolorosa sull'uso dell'intelligenza artificiale e della tecnologia nella definizione dei bersagli, e sul rapporto tra responsabilità personale e collettiva.
La scena è volutamente essenziale: i tetti di Tel Aviv diventano spazio fisico e simbolico del racconto; la città, con le sue luci notturne e le finestre aperte sui frammenti di vita quotidiana, rimane sullo sfondo. Come pure Gaza che, senza quasi mai mostrarsi, si impone come nucleo incandescente nella narrazione.
Frutto di una sapiente scelta stilistica, il racconto alterna le rivelazioni alle inquadrature di piccola vita notturna: per le strade, nei locali all'aperto o nelle stanze illuminate, mentre si fa jogging o si guarda la TV. Una qualche forma di banale normalità di fronte alla fredda, matematica brutalità che ci viene offerta. La testimonianza della sistematica e deliberata volontà di annientamento attuato a Gaza, almeno da un certo punto in poi, lascia senza parole.
Il software, Daddy's home, incrocia i dati, tracciando e controllando a tappeto tutti i cellulari e gli strumenti elettronici, captando ogni voce o rumore in casa: la bambina pronuncia la parola "papà", associata alla parola casa, e il sistema indica che è il momento di bombardare. Ma stabilisce anche il numero di eventuali vittime collaterali: uno, due, cinque, dieci o — dicono — fino a duecento per bersaglio. Vittime innocenti, per inciso: anziani, donne e bambini, quasi sempre familiari degli obiettivi. Danni collaterali ritenuti accettabili per ogni missione, Naza in ebraico.
In questo delirio di onnipotenza, di collettiva euforia guerresca e di sterili giustificazioni tipo «ho solo eseguito gli ordini... ci si sente come Dio... sembra di stare in un videogame», la parola "genocidio" viene citata una sola volta: opera più della bravura e del distacco di Yuval Abraham, costretto a muoversi tra i silenzi e le reticenze di uno dei testimoni il quale, ad un certo punto, si trova costretto a contenere in uno spazio semantico la reiterazione della stessa azione di morte, portata avanti per migliaia di volte.
Non a caso, il capolavoro del 1985 di Claude Lanzmann, Shoah, è citato direttamente come punto di riferimento all'interno del film.
Barbara Stefanelli sul Corriere della Sera, in merito a una riflessione più generale sulla memoria, usa il termine "dislocazione": non siamo indifferenti al dolore altrui, lo percepiamo, lo avvertiamo e lo vediamo, ma poi è come se lo spostassimo di lato, verso i bordi dell'inquadratura, nella periferia dell'attenzione.
Come è possibile, dopo le immani tragedie del Novecento, si domandano i registi, arrivare alla totale disumanizzazione dell'altro? Erigere un muro alla vista, alla coscienza e alla compassione, voltandosi dall'altra parte? Come sembrano indicarci ad un certo punto le parole di un militare: «Sono stato in Polonia, e ho sempre saputo che il nazismo è il male assoluto... ma ora io chi sono?».
Quali sarebbero il passaggio e la giustificazione morale da un necessario diritto alla difesa alla devastazione senza misura?
«Dal 7 ottobre 2023 — scrive il celebre scrittore Eshkol Nevo — Israele vive una lunga notte popolata da incubi»... E all'uscita dal cinema, un pezzettino di quella notte è sceso anche nel nostro cuore e nei nostri pensieri, gravidi di interrogativi e di indignazione.
Naza, "una lunga notte popolata da incubi"