Gentile direttore, ho atteso tanto prima di decidere di scrivere questa lettera. Ho atteso che le promesse, gli sguardi complici, la solidarietà espressa in mille parole trovassero concretezza in qualche risultato utile, non solo a me.
Ma il tempo è trascorso invano e io mi ritrovo ancora a dover andare al cimitero con qualcuno che mi prenda in braccio per poter pregare davanti alla tomba di mia madre.
Sono su una sedia a rotelle da anni, ma ho trovato la mia autonomia in tante cose, pur nella consapevolezza che non posso fare tutto da solo, a causa soprattutto delle barriere architettoniche, in città e fuori, che non agevolano chi condivide la mia stessa situazione.
Al cimitero di Galatina le problematiche sono più che mai evidenti. Mi domando come sia possibile che un luogo come quello, fruibile in teoria da chiunque, possa avere così tante carenze per chi ha delle disabilità. Credo che ogni cappella dovrebbe avere uno scivolo pensato appositamente per far passare agevolmente una sedia a rotelle. Se non fosse stato per me neanche la camera mortuaria centrale, in cui avviene il delicato momento della chiusura definitiva del feretro, sarebbe stata attrezzata con una passerella che consentisse di entrare anche a chi è nella mia situazione.
Mia madre riposa nella cappella dell’Arciconfraternita dell’Immacolata. Ho interpellato il sindaco di Galatina Fabio Vergine che si è detto subito disponibile a risolvere la questione, ma di fatto mi ha rimandato al priore dell’arciconfraternita, Adolfo Notaro, che, a sua volta, ha messo in mezzo anche il rettore della chiesa dell’Immacolata, don Antonio Santoro. Un buco nell’acqua.
Ho avuto la netta sensazione che si volesse innescare uno “scaricabarile” che allungasse le tempistiche di qualcosa che, in tutta franchezza, non so quanto si abbia voglia di risolvere.
Non entro in merito della poca affabilità e dell’inesistente empatia delle persone con cui mi sono interfacciato.
Lascio alla loro coscienza l’arduo compito di trarre delle conclusioni. Ma non posso accettare che io debba attendere mio figlio per poter andare al cimitero perché solo lui può prendermi sulle spalle per farmi entrare nella cappella. La dignità passa anche attraverso queste cose che ai più sembrano forse bazzecole, ma di fatto mortificano non poco chi le subisce.
Scrivo al suo giornale perché so che viene letto da molti e forse qualcosa può smuovere.
Magari chi di competenza potrebbe svegliarsi dal torpore dell’apparenza e sporcarsi le mani con qualcosa di tangibile e funzionale.
Sono stanco di parole effimere, di lustrini, di colori, di fumo. Gli impegni con la città, sia da parte dell’amministrazione, sia da chi si occupa in qualche modo di fede e spiritualità, dovrebbero dare un seguito a ciò che si dice.
Non serve la partecipazione e la disponibilità se si fermano a una pacca sulla spalla. Serve mettersi nei panni altrui e scegliere decoro e rispettabilità per se stessi e per il prossimo.
"Al cimitero sulle spalle di mio figlio"
"Mia madre riposa nell’Arciconfraternita dell’Immacolata". "Credo che ogni cappella dovrebbe avere uno scivolo pensato appositamente per far passare agevolmente una sedia a rotelle." Gli incontri a vuoto con il Sindaco, il Priore e il Rettore