"Per fortuna che Fabio c’è"

Andrea Salvati: " La gratitudine in politica non è debolezza: è lucidità" (...) "Lo schema “noi contro loro” non mi ha mai convinto"

Per fortuna che Fabio c’è. Sembra una battuta da radical chic antiberlusconiano ma non è quella l’intenzione. Lo dico con la semplicità di chi ha imparato, nel tempo, che la gratitudine in politica non è debolezza: è lucidità. È la capacità di riconoscere quando una persona, con il proprio stile, la propria misura, il proprio senso del limite e della responsabilità, ha fatto bene a una comunità. Non perfettamente – la perfezione è una categoria che non appartiene alla politica né alla vita – ma con onestà, con cura, con quella discrezione che in un’epoca di protagonismi gridati sembra quasi una virtù rara.
Ecco perché la riconferma di questo governo cittadino conta. Non come rito di conferma del potere, non come difesa di una rendita di posizione. Ma come scelta consapevole di continuare su una strada che ha già mostrato di andare nella direzione giusta. Devo però essere onesto su un punto che mi sta a cuore, come cittadino prima ancora che come attivista politico.
Lo schema “noi contro loro” non mi ha mai convinto. Non perché non esista un avversario politico – esiste, e ha le sue ragioni – ma perché la contrapposizione come metodo finisce per impoverire il dibattito, riduce la politica a tifo da stadio, e soprattutto distoglie l’attenzione da ciò che davvero conta: la qualità della proposta.
Nella scorsa competizione elettorale, abbiamo scelto di dare all’intera campagna un’impostazione culturale prima che politica, di fornire un’anima a ciò che stavamo provando a costruire. Parlavamo di pacificazione, di entusiasmo, di ottimismo. Non era ingenuità: era una scommessa sulla maturità dei nostri concittadini. Quella scommessa è stata vinta.
Ho riletto di recente alcune parole del Presidente Giuseppe Saragat, grazie alle tracce della maturità 2026, pronunciate in tempi in cui la democrazia italiana era ancora giovane e la sfida era darle radici profonde. Diceva: “Voi dovete dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà.” E aggiungeva che la democrazia non è soltanto un equilibrio tra maggioranza e minoranza, né un’architettura elegante di poteri contrapposti: è “soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo.”
Questa frase mi torna in mente ogni volta che mi siedo a un tavolo politico piccolo. Grande che sia.
Galatina, con tutte le sue contraddizioni, può essere un laboratorio di questa idea. Ma il contesto impone uno sguardo più largo. Il successo di figure come Vannacci non è un incidente da guardare con disgusto: è il prodotto di una crisi sistemica. Un frutto inevitabile del contesto.
Troppi, in politica, non sentono più il peso della responsabilità pubblica ma il desiderio di un privilegio. Un modo per sistemare i propri guai e quelli dei propri accoliti. E la gente lo percepisce. Mentre le paure sono reali. La solitudine è reale. Il senso di abbandono davanti a un futuro che non si riesce a leggere è reale. Ovunque.
Così accade che mentre a Roma si discute di legge elettorale, qui, nel paese reale, molti pensano di non andare a votare. Per qualcuno nei palazzi è quasi un sollievo.
Ma gli spazi politici vuoti non rimangono vuoti: si riempiono da soli, e non sempre con ciò che avremmo scelto.
In questi anni ho lavorato — con tanti compagni di strada e senza aver nessun ruolo se non la disponibilità di essere ascoltato ogni tanto— per costruire a Galatina un’area liberale, popolare e riformista capace di parlare ai moderati senza tradire i valori di una sinistra che vuole governare e non solo testimoniare.
 I risultati alle regionali e in altre competizioni come le provinciali ci hanno detto che quella strada ha senso. Nella coalizione che chiede la riconferma di Fabio Vergine c’è un pezzo di centrosinistra che deve esserci. E che deve diventare più forte: non per peso numerico, non per quote di potere, ma per profondità culturale, per radicamento sociale, per capacità di interpretare le domande che vengono dalla città. Questa è la vera sfida.
Non vincere: essere all’altezza di ciò che vinciamo. Per questo, per fortuna che Fabio c’è. E per questo vale la pena esserci anche noi.