Dovevo presentarmi in caserma dopo essere stato dichiarato idoneo, il 13 giugno di tanti, ma proprio tanti anni fa. Ma io non potevo mancare alla festa di Sant'Antonio dove avrei incontrato tanti vecchi amici e amiche di scuola, avrei applaudito il cantante o il complesso, generalmente famoso, che ogni anno si invitava per l'occasione ma, tutto questo, non avrebbe avuto senso se non avessi incrociato lo sguardo di lei che avevo cominciato a corteggiare, per vedere se, come spesso succedeva, i nostri sguardi si incrociavano e da lì trarre il logico significato.
I nostri sguardi purtroppo non poterono incrociarsi perché non incrociai neanche lei. Amareggiato tornai a casa, il servizio di leva avrebbe messo fine ad una storia che forse non poteva più cominciare.
La valigia non era sul letto, ma era già pronta e l'indomani partii per Avellino con tutto il dolore e la malinconia di dover mancare per 15 mesi, lontano da casa, dalla mia città e dagli amici. Il mio giorno di arrivo in ritardo, meno male, non fu punito e fu paura per quei primi giorni in cui durante l'adunata veniva chiamato il nome dei ritardatari e comunicati i giorni di punizione in base ai giorni di ritardo.
Aspettavo di sentir pronunciare il mio nome dal palco della caserma davanti a noi soldati allineati perfettamente, ma non lo pronunciarono e il perché francamente non mi interessò mai.
Furono tre mesi d'inferno, che non furono sufficienti né ad abituarmi né a integrarmi con la truppa. La lontananza mi faceva star male in più m'era cominciato un terribile mal di denti che mi rovinò più di una settimana.
Quando finalmente cominciai a uscire dalla caserma ricordo una villa bellissima quasi di fronte. Ci fermavamo spesso lì o nei dintorni, a volte scendevamo giù sino al centro storico del paese.
Ero un bravo carrista capelli rasati, barba sempre fatta, non davo noie e non volevo noie, rispettavo le gerarchie tra commilitoni che a quei tempi erano molto forti e passavo il tempo in compagnia della nostalgia di casa.
A parte la compagnia di mio cugino anche lui finito in quella caserma, qualche bella amicizia nel frattempo l'avevo pure fatta, era gente che veniva dalle mie parti e che abitava in paesi vicini. Tra questi c'era uno, non ricordo più di dove, che aveva parcheggiata fuori una Fiat 600 abarth bianca, con cofano motore semi aperto e più di una tenuta in gomma di chiusura (molto di moda) al cofano davanti e poi un'antenna morbida che partiva dal cofano e si agganciata sul lato del tetto dopo una curva spericolata.
Era meccanico e l'aveva pure elaborata, per farla correre di più. Ricordo la fierezza con cui ci spiegava tutto della macchina.
Potevamo avere permessi di sole 36 ore e quando coincisero sia con il proprietario della macchina, con me e con un altro comune amico, dividemmo le spese e fuggimmo di corsa.
La partenza della 600, fece tremare la caserma e le case vicine, la marmitta aveva lo stesso rombo di un aereo da combattimento. Eravamo in viaggio verso casa a più di 100 all'ora, tornavamo per stare solo poche ore ma ci bastavano.
Arrivammo a Lecce che era sera, saremmo partiti nella tarda mattinata di domenica. Andavo a casa per stare un po' insieme alla mia famiglia, ai miei amici e per cercare di incontrare lo sguardo di lei.
A Galatina arrivai che era sera facendo le strade più secondarie e buie per arrivare a casa mia. Mi sentivo un po' in imbarazzo. A casa fu festa non vi dico, la tavola imbandita delle cose che preferivo ed erano tutti alla finestra ad aspettarmi.
Insomma, rivederci dopo solo pochi mesi che ci sembrarono infiniti, fu cosa di straordinaria bellezza e se mi chiedete se qualche lacrima scese, beh, vi dico di si e anche più di qualche, successe all'arrivo e ancor di più alla partenza.
Quel sabato mi svegliai presto, uscii di casa che non erano neanche le otto vestito a festa. Poco prima del bar che frequentavo c'era la fermata della circolare che, lo sguardo che volevo incrociare, qualche minuto prima delle nove ogni mattina prendeva per andare a lavorare.
Quella mattina non fu così e più di un po' ci rimasi male, tornai a casa per uscire poi dopo per salutare qualcuno o per qualche commissione ma alle 13 ero puntuale nello stesso posto della mattina ad aspettare la circolare con lo sguardo che volevo incrociare, che tornava a casa.
Così fu, i nostri sguardi per un attimo si incrociarono e lessi nel suo anche la sorpresa per esserci rivisti. Fu poco dopo che qualcuno, che era con me ancora al bar, mi raccontò a proposito di lei che si era fidanzata ufficialmente da non molto, mi disse il nome del fidanzato ed era anche un mio amico, un mio coetaneo. In quel momento avrei preferito essere in caserma a marciare sotto il sole di luglio.
La chimica era sparita e qualche ora prima di partire la vidi in giro col suo ragazzo mio amico che educatamente mi salutò e salutai, mentre lei guardava altrove, in tutt'altra direzione.
La domenica ero già puntuale in caserma già a letto in una camerata deserta perché erano tutti in libera uscita, era domenica.
La storia me la girai in mente per qualche giorno, poi non più, ero lontano ma anche fossi stato vicino non sarebbe cambiato niente. Lei aveva scelto e come si diceva in gergo: era occupata.
A settembre avendo finito il CAR ad Avellino che di solito durava tre mesi, fui trasferito a NOVARA al quartier generale. Avevo sperato che qualche personaggio che mio padre aveva contattato intervenisse per una destinazione più vicina. Non fu possibile e quel 'vediamo' non ebbe mai una risposta.
Novara cambiava tante cose e oltre al freddo mi allontanavo dal mio paese. La solita routine, ritiro coperte lenzuola, divise e altro ed ero in attesa di assegnazione dell'incarico. Chi si interessava era il maresciallo Ingrosso, nativo di Gallipoli ma trapiantato da una vita a Novara. Aveva dei forti tic nervosi e tra un tic e l'altro, quando ci presentammo cercai di capire almeno qualche parola. Non so se mi scelse perché paesano o perché orgogliosamente gli dissi che ero diplomato niente di meno che ragioniere anche se con il minimo di voti, (questo non glielo dissi ), mi volle con lui in fureria a fare il furiere.
C'era lui come maresciallo e poi il comandante Colonnello Ajello, in uffici non molto distanti. Scelse pure un ragazzo di Sesto San Giovanni e il professor Solinas di Cagliari.
Era proprio quest'ultimo il più bravo io venivo subito dopo e poi quello che diventò l'amico del cuore, il più caro amico di tutta la Naja, Fiorentino Romeo.
Ho raccontato questa storia che sicuramente prima o poi riprenderò perché da un cassetto in soffitta mentre cercavo altro, è saltata fuori una sola tra le tantissime lettere che ci siamo scambiati una volta che il servizio di leva era finito e noi eravamo tornati nei rispettivi paesi, con io che in ogni lettera lo pregavo di “scendere giù” e lui che in ogni lettera mi pregava di “salire su”.
Non salii mai io, non scese mai lui. La sua lettera datata 23 04 74, rispondeva ad una mia che gli avevo spedito il 10 04 74, noi avevamo finito il militare a settembre del 1973.
Non ricordo più se gli ho risposto o meno ma sono sicuro di si, conoscendomi non mi è mai dispiaciuto scrivere e fosse viva mia madre vi farei raccontare quante lettere aveva ricevuto in quei quindici mesi. Spedivo quasi una al giorno, erano sempre cariche di malinconia e facevano preoccupare mia madre che lasciava tutto e cominciava a leggerle tutto d'un fiato appena ricevute.
Non aveva neanche finito di leggerle e già qualche lacrima le aveva bagnate.
Per dodici mesi con il mio amico ci siamo raccontati tutto, i nostri problemi le nostre gioie poi abbiamo continuato a raccontarceli con delle bellissime lettere e poi come sempre succede, qualcosa col tempo si inceppa e non ci si sente più senza motivo, pur continuando a viverci nei bei ricordi.
Ricordo che il mio amico non ebbe mai un buon rapporto con il maresciallo Ingrosso e quando chiamava qualcuno, ero sempre io a dover andare anche se chiamava lui. A volte quando gli accennavo qualche parola in dialetto beh si, il duro maresciallo si emozionava e cominciava con i soliti tic un po' più accellerati tanto da non riuscire più a fermarsi.
Quel mio amico era un rockettaro scatenato, andava a Milano ai concerti della PFM, dei ROLLING STONES, degli EMERSON LIKE & PALMER e di tanti che io neanche conoscevo. Io no, alzavo il volume della radiolina che avevamo sempre accesa, quando partiva VENDITTI con la sua canzone del momento, ROMA CAPOCCIA, cantava l amore per la sua città ed era come se cantasse anche per la mia città che mi mancava da morire.
La lettera del mio caro amico finiva così. CIAO PIETRO, IL TUO SEMPRE AMICO ROMEO.
Dimenticavo di dirvi che quando ancora mancavano pochi mesi alla fine, mentre mi godevo al mare la licenza ordinaria, incrociai più volte lo sguardo della ragazza che cercavo prima, la incrociai più volte ed era sola, poi qualcuno mi raccontò che col mio amico si erano lasciati poco tempo prima.
Per me non cambiava nulla, non era più la stessa cosa. Ormai era andata così. O forse no. Forse non fu questo il finale. Ciao.
La naia