Racchiuso in uno spicchio di orizzonte

Succede quasi sempre così. Ti svegli una mattina e avverti un dolore. Il mio era alla gamba destra. Non riesci a spiegarti, ma non riesci neanche a preoccuparti. Passerà, passerà come tanti altri. Qualche movimento sbagliato, qualche sforzo che non dovevi fare ed intanto, torni indietro nei giorni passati alla ricerca di qualche motivo che forse hai già scordato.
Nulla di diverso del solito, un saltello per scavalcare un muretto quando qualche giorno prima avevo dimenticato in casa le chiavi, ma non poteva essere stato quello, avevo fatto di peggio e non era mai successo niente. Un po' ti passa ma dopo un po' ritorna e continua così come su un'altalena.
Attribuisci il dolore un po' all'età, un po' al cambio di stagione e un po' alla stagione, magari in parti uguali. Cerchi di camminare nel miglior modo possibile ma il dolore c'è e puoi farlo sin quando puoi resistere. Poi non più, devi correre a sederti in qualche posto e in uno spazio qualsiasi.
E così decidi di andare più a fondo, cominci a preoccuparti e allora vuoi recuperare il tempo perso in attesa del nulla. C'è qualcosa, è come una salsiccia che batte sul nervo più importante della schiena e ti paralizza la gamba – disse il medico chirurgo per nulla impensierito nell'ospedale di Milano, dove avevo deciso di fare l'intervento, nel corso del giorno di pre-ricovero e dopo una serie infinita di controlli, approfondimenti e analisi.
Non ha ancora finito di parlare e già ti sembra che la vita ti stia prendendo a calci, ma poi ti rassegni e accetti quei calci. Tornammo a casa e restai qualche giorno in attesa di essere richiamato per l'intervento. Eravamo tornati il lunedì sera, dovevo trovarmi il venerdì mattina alle 8 e 30 in ospedale. Fui puntuale come mai, seduto bianco in viso, nella sala d'aspetto del reparto con accanto lo zaino strapieno della solita paura: avrò dimenticato qualcosa?
Appena il tempo di poggiare nella stanza la roba ed ero già in barella che mi portavano in sala operatoria. Saranno state appena le undici. Continuarono a svolgere ulteriori controlli, ricordo che avevo davanti agli occhi proprio sulla parete d'ingresso della sala operatoria, un orologio tondo e che l'ultima volta che riuscii a guardarlo segnava mezzogiorno. Poi più nulla.
Avevo trascorso sei o sette mesi tra dolore, terapie, prenotazioni, esami ed ulteriori accertamenti. Mesi in cui il dolore quasi continuo, aveva alterato la mia vita personale, sociale e lavorativa, mentre cercavo inutilmente di convivere con un dolore che non ti dà pace, non ti dà serenità, non ti dà l'equilibrio che prima avevi nei rapporti sino a trasformare gli stessi in un mal nascosto fastidio.
La cosa che più mi terrorizzava era il rischio di non potermi più svegliare, per un qualsiasi imprevisto, una distrazione, un qualcosa. Insomma solo cattivi pensieri che non mi venivano mai la sera prima addormentarmi.
Erano da poco passate le quattro quando sentii dolcemente una mano accarezzarmi la guancia, era la mano di una infermiera che mi chiamava per nome e cercava di svegliarmi, mentre il giovane medico affianco mi spiegava che era andato: tutto bene, tutto benissimo.
Mi portai la mano piena di aghi e di tubicini sino alla mia gamba, niente, nessun formicolio, nessun dolore, e poi cominciai senza quasi un filo di voce a dire: grazie, grazie, grazie. Lo dissi forse mille volte e anche più, non riuscii a contarle ma furono tante volte. Ero vivo, mi ero svegliato. Non ricordo neanche se in quel momento ero più emozionato o ancor più addormentato, ricordo solo che ero felice.
I medici intanto tranquillizzavano mio figlio che era quasi dietro la porta ad aspettare e un paio di ore dopo ero in reparto.
Mi sono fermato su indicazione dei medici a Milano, per un paio di giorni dopo essere stato dimesso per trovarmi vicino nel caso nascesse qualche difficoltà dovuta all'intervento. Era solo una nostra e loro precauzione, non fu motivo di alcuna preoccupazione.
Milano è bella, stavolta mi è sembrata ancora più bella del solito, ma non ha il mare. Il resto fu tutto più semplice, fu una guerra combattuta con la paura rimasta e sono ancora sicuro che è stata sempre la volontà di stare bene a nascondere, a non farmi avvertire il dolore della ferita.
Qualche giorno dopo, eravamo in aeroporto che era ancora buio tra frettolosi intellettuali che regolavano le ultime tonalità all'intervento che da lì a breve avrebbero recitato e le mie mani ferite, trafitte ancora dagli aghi che una brava infermiera aveva messo con cura. Ero là senza reggere alcun bagaglio, tra persone che avevano fretta di arrivare o fretta di partire, con la paura di poggiare male la gamba o starnutire oppure tossire, oppure distrattamente inciampare.
L'alba che si presentò ai nostri occhi fu un'alba di luce, di sole e di vita. La guardammo dal cielo, la guardammo da vicino, aveva tutte le sfumature del grigio e dell'azzurro.
Sono di nuovo qua a prendermi cura della mia vita, a chiedermi scusa per quante volte mi è sembrata monotona e ora invece mi appare meravigliosa. Sono qua ancora in equilibrio e a volte in bilico nel tentativo di evitare pesi e contrappesi. Con ancora dentro l'anima le tante sofferenze ancora peggiori che quei posti ti mostrano e che a volte mi hanno fatto sentire un po' esagerato e un po' stupido. Ed ora son qua a non ricominciare quasi più le mie storiche e semplici abitudini di cui pensavo non poter fare a meno e che invece ora non mi pesa evitare, pronto anche ad aggiungerne se servono solo a proteggere anche leggermente la mia salute.
Son qua un po' cambiato, racchiuso in uno spicchio di orizzonte che non guarda più lontanissimo, non desidera più cose grandi, non fa più grandi sogni ma vive la vita serenamente senza più quel pizzico di egoismo che ti fa a volte strafare, fare più di quanto puoi, trascinarti sino a danneggiarti.
E' stato un insegnamento che spero di conservare per sempre ed è stato insieme una promessa fatta a me stesso: “non dimenticarti di vivere ogni singolo giorno”.
Ringrazio il buon Dio che ci ha messo del Suo. Tutti i medici di reparto e di sala, del reparto neurochirurgia dell'Istituto Carlo Besta di Milano. Ringrazio quanti si sono preoccupati di me o anche no, quanti hanno avuto un pensiero per me o anche no, e soprattutto ringrazio lui, mio figlio Dario, ho sentito sempre le sue braccia che mi reggevano forte e quando ero sul punto di crollare, ce l'ha sempre fatta a sollevarmi.
Quando vedeva spuntare qualche lacrima di malinconia, di dolore, di preoccupazione era sempre pronto a fermarla ed asciugarla. Sempre là, a controllare ogni mio respiro. E' stato la mia cura migliore.