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Quale progettazione per il centro antico

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centroanticoGalatina100620111315 centroanticoGalatina100620111315 Breve premessa. Quanto di seguito è in sintesi il risultato ad oggi di studi consecutivi di esperti del settore urbanistico (vedi ad es. Edoardo Detti, "lo studio degli insediamenti minori"). La scienza in generale, l'Urbanistica nello specifico, si è arricchita di decine e decine di studi di tecnici divenuti illustri, tramandata a noi sottoforma di una tale mole di informazioni accumulate nel tempo di più vite, che è impensabile da poter essere generata da un solo uomo.

Non è il caso di credere nel mito del super-uomo, infatti proprio in questi anni l'Italia ha avuto l'ennesima riprova che di mito fasullo trattasi. E' mia intenzione pertanto, non di proporre "la soluzione", ma di portare un po' di "informazione", in forma talmente sintetica da risultare sproporzionata rispetto alla reale dimensione del problema, ma con l'obbiettivo di indicare solo l'imbocco dell'unica via che porta ad una progettazione esaustiva delle diverse problematiche urbane inerenti al centro antico di Galatina, smascherando pure coloro che fingendosi spadaccini afferrano la lama invece dell'impugnatura.
Il linguaggio e lo stile mi sforzerò perché siano il più comprensibili possibile al lettore comune e in alcuni casi all'infante, questa volta tanto quanto tutta la portata degli interessi in questione (non sbaglierà chi per ridere includerà tra gli infanti qualche amministratore, tecnico o improvvisato "esperto riparatore") e mi scuso anticipatamente se di proposito dirò pure cose tanto ovvie quanto evidentemente dimenticate, trascurate o comunque non dette.

Avere dei riferimenti.
È fondamentale capire che la progettazione non è un evento isolato, ma deve basarsi sul tracciato preventivo di appropriate linee guida, che scaturiscono dallo studio del contesto generale in cui la progettazione stessa si inserisce e che hanno il compito di condurci a delle scelte o soluzioni condivise. Si tratta di sistemare quelle rotaie sulle quali far correre le nostre idee dritte alla meta senza uscire fuori strada; disegnare quella griglia quadrettata e numerata sulla quale giocare la molto popolare battaglia navale. Non è questo o quel progetto, più o meno bello, più o meno corretto, colorato, arricchito, fantasioso, alla moda, innovativo, ecc. ecc. del quale valutarne le qualità, in quanto la prima questione poco chiara in tal caso sarebbe :«chi decide quali debbano essere le qualità da valutarsi?». Nella battaglia navale, in mancanza della griglia, io non sono in grado di controllare la dimensione e la forma della nave (soggetto urbano); non posso posizionarla e distanziarla correttamente dalle altre (relazione del soggetto urbano col suo intorno); insomma, senza la griglia non posso giocare col mio rivale, non avendo quel minimo di regole comuni (relazione dei soggetti urbani col substrato sociale, economico e culturale).

Insistendo sulla metafora del gioco domando :«dove si combatte la battaglia navale di Galatina?», risposta :«nel Piano Urbanistico Generale».

Purtroppo accade spesso che nella progettazione urbana generale, soprattutto gli indici di fabbricabilità dei terreni, vengano manovrati per ottenere massimi profitti, o percentuali sugli stessi, per arricchire pochi facoltosi (nel XIX sec. Napoleone III agì in maniera simile per mettere soldi nelle casse di Parigi onde riuscire così a trasformarla). E' inevitabile che nella elaborazione di un tale piano urbanistico ne risenta l'attenzione al recupero dei centri antichi. Galatina, a dire il vero, come già ho avuto modo di dire in un vecchio articolo (riprendo una breve parte di quello), nella progettazione del nuovo P.U.G. (Piano Urbanistico Generale), incredibilmente, si affidò all'architetto Pier Luigi Cervellati (insegna "recupero e riqualificazione urbana e territoriale" all'Università di Venezia; P.R.G. di Venezia; tanto per dirne un paio). Cervellati teneva conto di calcoli esatti relativi alla popolazione, dei suoi trend di sviluppo, della vocazione tipica dei luoghi storici e produttivi, come pure del totale dei volumi presenti sul territorio. Questi ultimi però, non tollerando di costruire quasi nulla, concedevano ampio spazio alla valorizzazione e rivalutazione del centro antico. Figuriamoci!... per tecnici, costruttori e facoltosi galatinesi... come essere licenziati. Così, via il progetto fondato su variabili reali e benvenuto quello dell'ingegner tal dei tali, di dubbia fama, o comunque non rapportabile a quella dell'anzidetto. Tutto ad un tratto i terreni destinati a parcheggio... abra cadabra.... aree fabbricabili! altri a ridosso di un passaggio a livello.... sim sala bim... aree fabbricabili! Cubature e cubature disponibili su terreni dove prima non v'erano o comunque aumentate in maniera imprevedibile. Una miracolosa moltiplicazione delle cubature, secondo i canoni ed i trend di una NUOVA BABELE GALATINESE. Tale P.U.G. fu la prima volta rimandato indietro, con grande scherno di quella amministrazione, da parte della Regione Puglia. Si criticava (come quando si bacchettano le mani di un bimbo monello) il linguaggio inesatto, antiquato ed improprio, oltre al tentato raggiro di alcuni calcoli con tabelle riempite con cifre non corrispondenti agli stessi calcoli indicati, pur di ottenere il risultato bramato (come dire: 1 + 1 = 100).

Domanda di cui tutti conosciamo la risposta: «chi amministra realmente Galatina?»...a tutt'oggi siamo ancora sotto l'EGIDA di un tale Piano.
Fin qui per dimostrare che non possiamo avere dubbi sul fatto che, per risolvere un problema urbano (es. centro antico), prima di proporre un progetto, ci dobbiamo riferire a delle regole generali in grado di controllare il tutto come un corpo unico. Un'altra metafora per l'infante, un po' truce ma efficace: «se l'altezza del mio corpo è di 1,50 m e disgraziatamente necessito del trapianto di un braccio, come apparirei con quello del corpo di un uomo alto 2,00 m?»; tutti siamo in grado di dire che in mancanza di un braccio ci voglia un trapianto, ma per dire quale braccio, ci vuole uno studio particolare di tutto il corpo.

Traffico veicolare.
Un punto fermo, sul quale non può esserci discussione, è relativo al traffico veicolare nel centro antico. Detto centro nasce e si sviluppa sull'esigenza di spostamenti pedonali ed al massimo su carrozza, è pertanto assolutamente fuori luogo pensarlo trafficato e parcheggiato in lungo e in largo da autovetture; al contempo è altrettanto impensabile che un intero settore cittadino possa esserne totalmente escluso ai giorni nostri; (Z.T.L. a parte) i centri antichi delle principali città d'arte, prevedono il transito veicolare su almeno una via ponderatamente e strategicamente selezionata. Come pure ancora vi sono luoghi ad elevato interesse storico, dove neppure i residenti possono accedere in auto, una sorta di "museo all'aperto" (è nota invece l'usanza, sicuramente anche molto galatinese, di voler parcheggiare sin dentro il negozio cui si vuol accedere).

Il centro antico di Galatina, come tanti, in una naturale evoluzione, ha fondato la propria economia sulla circolazione veicolare. Troncandovi improvvisamente il transito delle autovetture, pur essendo lo scopo finale, non possiamo pensare ciò possa apportare benefici generali immediati (fanno eccezione i conclamati casi per cui vi sia un pericolo grave e incombente). Nessuno può sentirsi Dio in terra, fingendo, senza alcuna competenza specifica, di avere le soluzioni definitive e drastiche in materia di traffico, facendo come colui che per evitare la ricrescita delle unghie si taglia le dita...

Il tossicodipendente che improvvisamente smette di drogarsi, soffre molto più che se non sostenuto da una adeguata struttura che ne programmi il lento distaccamento a mezzo metadone e la successiva e definitiva disintossicazione.

Relazioni tra le Parti.
Ho un ricordo della mia adolescenza (anni '80), quello in cui in P.za S. Pietro, tra botteghe artigiane, bar, chiesa, studi professionali e qualcos'altro che ora probabilmente mi sfugge, fluiva una notevole vitalità principalmente serale. È vero che demograficamente parlando erano altri tempi rispetto ad oggi, ma fu eclatante l'immediato e consistente decadimento vitale della piazza quando, uno dei più cordiali bar fu rimpiazzato dall'ennesima lugubre banca. Da questo esempio si percepisce quanto importante e delicata possa essere la trama immateriale che relaziona le diverse parti che compongono la città.
Avvicinandoci astrattamente per somme linee ad un centro urbano, lo vediamo composto da volumi (i fabbricati), spazi vuoti (strade e piazze, anche se non di veri vuoti trattasi) e principalmente dalle suddette impercettibili relazioni tra le parti (socialità, cultura, economia). L'ordine dinamico che anticamente legava i tre elementi si muoveva dalla necessità di intrattenere tra gli uomini una qualche forma di relazione (culto, scambio economico, difesa, ecc.); vi seguiva la delimitazione del luogo ove la relazione principiava; per finire con la costruzione ed il consolidamento in forma fisica dei volumi plasmati sugli uomini, sulle cose e sulle loro relazioni. Deviavano da questa sequenza naturale e spontanea le città Fondate con un atto di volontà che esulava dalle relazioni e si atteneva alla rappresentazione della magnificenza (San Pietro Burgo) o di un ideale platonico (città ideali).

Ai più colti in materia, la dinamica appena descritta appare semplificata al limite del verosimile, potrebbero pensare infatti che le città nascessero come i funghi; ma qualunque sia stata la scintilla che ne abbia innescato la Fondazione, è sempre vero che sono la cultura, l'aspetto sociale e l'economia (relazioni) che ne hanno regolamentato il funzionamento e la forma.
Ciò che sta tra le cose è il tema centrale della progettazione urbana. Raramente si ha coscienza (pur conoscendo le cose) della relazione tra le cose palpabili e impalpabili, vera sostanza dell'ambiente urbano. Il riconoscimento delle relazioni tra gli oggetti edilizi rappresenta il valore fondamentale del patrimonio storico. Non riconoscere l'essenzialità delle relazioni è come prospettare un mutilato.

Il progetto di rivalutazione urbana deve intervenire soprattutto la dove le relazioni tra le parti si sono interrotte con, appunto, il progetto delle relazioni, individuando uno "spazio sociale", che non vive in autonomia, ma si confronta e si pone in simbiosi col suo intorno. Non possiamo pensare che il centro antico sia indipendente dal resto della città, come fosse una sacca, un contenitore di avvenimenti sporadici elemosinati dall'amministrazione; sarebbe un aspetto tipico dell'architettura dell'effimero (stadio, teatro, ecc.) che si riempie fino all'eccesso in poche e rare occasioni e finite quelle di nuovo il NULLA. Un centro chiuso al traffico si, ma MORTO. Sembra un pescivendolo che per fingere la freschezza del pesce lo espone a scariche elettriche. La manifestazione deve avvenire ogni giorno, scaturire dalla vita sociale nel suo interno e nel rapporto tra il suo interno ed il suo esterno.
Bisogna pensare al Patrimonio Storico come un bene economico e sociale da recuperare in una azione di riequilibrio tra le parti dell'intera struttura della città e del territorio. Un recupero nella sua interezza, riscoprendone il ruolo sociale ed economico nel contesto territoriale organicamente correlato e interrelato.

Creatività individuale e aspettativa sociale.
La creatività andrebbe gestita per avere sbocchi positivi per la comunità. Progettare deve essere immaginare e articolare soluzioni a problemi economici, sociali e logistici, non semplicemente concatenando gli stessi in maniera funzionale, ma in un insieme di relazioni spaziali esteticamente soddisfacenti (Alberti :«funzionalità e armonia»). Una progettazione efficace quindi non deve fare a meno di una piattaforma di valori comuni, senza la quale si rischia un puro esercizio formale incomprensibile, indecifrabile, estraneo e privo di interesse. Progetto quindi non nei termini di una estetica personale ed introversa, ma in risposta alle aspettative ed ai bisogni reali della comunità.

L'indagine.
Una attenta ed accurata indagine è necessaria per comprendere il contesto urbano e per riscontrarne le disfunzioni. Bisogna individuare ambiti di continuità; costanti fisiche e sociali; bisogna comprendere i modi di aggregazione, distribuzione, definizione e i loro sviluppi storici. L'elenco è lungo e si apre ad imbuto, ma il tutto deve essere indirizzato a consentirci di estrarre gli elementi costitutivi di un "codice di comportamento" che ha guidato la collettività nella definizione dello spazio urbano; scoprire quale sia stata la regola compositrice, la quale ci suggerirà il luogo su cui intervenire, le anzidette linee guida e l'adeguatezza del nostro intervento progettuale. Riferendoci poi ad un "luogo particolare", è importante rilevarne il ruolo consolidato nella realtà urbana, le funzioni svolte per la collettività ed i rapporti col tessuto urbano circostante (Genius Loci: ogni uomo/donna si connota per la sua presenza fisica, per il suo carattere e la sua conseguente capacità di relazionarsi con gli altri e talvolta per il suo saper fare qualcosa, risultando così soggettivamente più o meno bello , simpatico o utile; l'insieme di queste qualità umane, traslate al discorso sul luogo urbano, rappresentano il Genius Loci).

Una particolare attenzione per la piazza.
Nello studio delle componenti urbane, nelle gerarchie tra le diverse strade e le piazze, queste ultime, potendo essere lette come snodo e incontro delle prime, nonché come momenti di raccolta, decantazione, cristallizzazione dei flussi sociali, rappresentano un elemento di estrema importanza per la vitalità generale.
In esse non vi è mai un unico ed esclusivo, ma sempre una diversificazione funzionale ed una integrazione tra le diverse funzioni della comunità. La piazza non è mai solo civica, mercantile o religiosa, è invece appunto il luogo della collettività, uno spazio di incontro. La collettività infatti si esprime per somma di funzioni e relazioni tra funzioni. E' importante capire che le parti considerate minori (come un bar rispetto ad una chiesa, un artigiano rispetto ad una banca, ecc.) contribuiscono all'armonia del tutto.
Isolare le "emergenze" di valore e sottacere il complessivo tessuto civico e culturale, significa perdere la parte più cospicua del patrimonio intero.

Arredo urbano (?).
Per quanto detto, c'è una deduzione in fine degna, soprattutto per Galatina, di una forte considerazione: se uno spazio, o un volume urbano, è correttamente realizzato e rispondente ai requisiti da soddisfare, questo non può intendersi come un "vuoto" da arredare, non necessita di mobili o poltrone, ma esprime autonomamente dei riferimenti per la collettività che in esso si identifica.
NO allo scadimento dello spazio urbano ad un insieme indifferenziato di oggetti-merce.


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